Jean François Millet, Le spigolatrici, 1857

lunedì 30 marzo 2009

Contano le intenzioni o gli effetti di una legge?

Discussioni sull'emendamento di Antonio Fosson sulla "Dichiarazioni anticipata di trattamento": «sono stato frainteso» spiega il senatore valdostano
Scritto da dario

Sabato 28 Marzo 2009 10:00

L’Associazione valdostana "Loris Fortuna", contesta l'emendamento proposto dal senatore della Valle d'Aosta, Antonio Fosson, con altri esponenti del centro-destra in merito al disegno di legge sul testamento biologico.
Nella giornata di giovedì 26 marzo Fosson ha infatti emendato il primo comma dell'articolo 4 della "Dichiarazione anticipata di trattamento - Dat", l'espressione esplicita di un cittadino di lasciare un testamento biologico: il disegno di legge, prima dell'emendamento del parlamentare valdostano, prevedeva che "Le Dat non sono obbligatorie, ma sono vincolanti" mentre il testo che è stato approvato successivamente a Palazzo Madama è invece "Le Dat non sono obbligatorie" stabilendo quindi che i medici possono non prendere le "Dat" in considerazione: «la legge aveva, invece, come scopo principale quello di consentire al cittadino di poter far valere la propria volontà con il testamento biologico - spiega Flavio Martino, coordinatore dell'associazione che si ispira ai principi del Partito Radicale - con questo emendamento ora è del tutto ignorata». Martino ha ripreso i temi lanciati in un appello dal senatore Ignazio Marino, medico chirurgo eletto nelle liste del Pd e a sua volta primo firmatario di un proposta di legge sul cosiddetto testamento biologico, che aveva invitato il Senato ad una pausa di riflessione per legiferare in un clima più sereno: «le dichiarazioni anticipate di trattamento non saranno vincolanti - aggiunge Marino - spetterà sempre al medico l'ultima parola. Qual è allora l'utilità di questa legge, se non si garantisce al cittadino che la sua volontà sia rispettata? La verità è che il ddl della destra è stato scritto per rendere inapplicabile il ricorso al testamento biologico. Oltretutto, la dichiarazione dovrà essere stipulata davanti ad un notaio, e rinnovata con cadenza triennale: vi immaginate cosa significa andare ogni tre anni davanti a un notaio accompagnati dal proprio medico di famiglia? Al contrario della nostra proposta poi, non è presente nemmeno un cenno alle cure palliative, all'assistenza ai disabili, alla terapia del dolore».
«Ho cercato di fare un'opera di mediazione ma è stata fraintesa - risponde Fosson - la maggioranza voleva scrivere che le "Dat" non sono vincolanti, mentre l'opposizione riteneva che lo fossero. Ho pensato di uscire dall'impasse togliendo il vincolo e dando la massima libertà a tutti. Ricordo che il principio di una legge è quello dell'alleanza terapeutica, con un dialogo con il medico: è impensabile che proprio il medico non partecipi, altrimenti sarebbe un atto contro la tecnologia, il primo principio è la difesa della vita. La questione è stata presentata male, è uscita un'immagine distorta della volontà dell'emendamento, non è una limitazione di libertà del cittadino, ma una questione di rispetto della persona. Il medico tiene conto della dichiarazione anticipata di trattamento, cioè della volontà del cittadino, e poi valuta il da farsi. La dichiarazione dura tre anni, la volontà potrebbe essere cambiata, soprattutto le terapie possono aver avuto un'evoluzione».
Il capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro ha annunciato che, sul testo approvato dalla Camera, presenterà un ricorso alla Corte costituzionale: «io vi chiedo di non approvare questo testo così come è uscito dalla Commissione sanità, perché con esso il Paese andrà incontro a problemi più complessi di quelli attuali - aveva chiesto Marino prima della votazione - si andrà incontro ad una lacerazione politica profonda, i cittadini si rivolgeranno ai tribunali per vedere rispettati i propri diritti, i medici si troveranno nell'imbarazzante situazione di dover scegliere se trasgredire la legge per tenere fede all'alleanza con i pazienti, che io considero sacra, oppure a venire meno al loro codice deontologico».
Dubbi di incostituzionalità della norma sono stati sollevati da più parti, sulla base del fatto che verrebbe meno il principio del consenso informato per la somministrazioni di cure e dell'autodeterminazione dell'individuo. Sulla questione, il ricorso al referendum abrogativo è l'ulteriore possibilità ventilata sia da esponenti del Pd sia dell'Italia del valori.


Il testo del disegno di legge prima e dopo l'approvazione dell’emendamento del Sen. Fosson:

prima
Le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono obbligatorie, ma sono vincolanti.

dopo
Le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono obbligatorie.

Sfido a trovare fraintendimenti!

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L'ultima ora di Spigolando e ultima ora bis

da Corriere del 19/04/2009

vedrete I CURRICULUM DEI MANAGER PUBBLICI. lA P.A. NON SIA OSPIZIO DI POLITICI TROMBATI»
Brunetta: «Col federalismo stop ai privilegi delle Regioni a statuto speciale »
«Ora tutte saranno "speciali" , e non perchè hanno più soldi delle altre»

Renato Brunetta (Lapresse)ALBA (CUNEO) - «Tra poche settimane pubblicherò i curricula di tutti i direttori generali e dei manager della pubblica amministrazione». L'annuncio è del ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta, intervenuto ad Alba alla presentazione del candidato sindaco Carlo Castellengo. «Lo farò -ha annunciato il ministro fra gli appalusi del pubblico- come ho pubblicato i nomi, i cognomi e le remunerazioni di tutti gli amministratori delle public utilities, le ex municipalizzate che a volte sono aree di grande efficienza ma a volte barconi per trombati». Ricordando che già sono stati pubblicati 27mila nomi e che saliranno nelle prossime settimane, Brunetta ha concluso: «Li pubblicherò tutti non per demonizzare qualcuno ma per trasparenza. Se uno è un bravo amministratore, produce bene e fa efficienza è giusto che sia pagato, ma la pubblica amministrazione non deve essere un ospizio per trombati della politica».
«FINE PRIVILEGI REGIONI STATUTO SPECIALI» - «Basta con le Regioni a statuto speciale» ha anche detto Brunetta, commentando le critiche del sindacato valdostano Savt-Ecole sulla legge Gelmini e sulla legge Brunetta. «Tutte le Regioni italiane - ha precisato - saranno speciali, non ci saranno più privilegi». «Le Regioni a Statuto speciale - ha affermato Brunetta - sono istituzioni della Repubblica che per 50-60 anni hanno chi bene chi meno bene goduto di un vantaggio finanziario. Molti l'hanno usato bene, altri meno bene. Con il federalismo e il federalismo fiscale che stiamo realizzando avremo tutte regioni a statuto speciale. Si giocherà non più sui trasferimenti maggiori, ma sull'efficienza, la qualità, la trasparenza, la produttività. E saremo tutti un po' più equi. Che nessuno - ha aggiunto - strilli alla lesa autonomia, non si tratta di questo. Si tratta solo di redistribuire meglio le risorse della collettività».
«QUELLO É UN FEDERALISMO EGOISTICO» - «Il sindacato Savt-Ecole ha detto oggi che per il prossimo anno ci sarà un incremento nella regione di 30 posti per gli insegnanti e «non il taglio di organici come avviene purtroppo nel resto del territorio nazionale in applicazione della legge Gelmini e della legge Brunetta». «Mi sono arrabbiato - ha sottolineato Brunetta - perchè è troppo facile aumentare gli insegnanti con i soldi degli altri. La Valle d'Aosta è una regione piccola, che riceve dallo Stato cinque volte le risorse delle altre. Questo è ciò che io chiamo federalismo bastardo: è troppo facile nascondersi dietro all'autonomia per sprecare le risorse». Secondo Brunetta, «federalismo non vuole dire avere la spesa facile, ma esercitare responsabilità e trasparenza». «L'attuale federalismo egoista di matrice post bellica - ha rimarcato - è finito. D'ora in poi dovrà esserci un federalismo nel quale tutte le Regioni siano speciali, e non perchè hanno più soldi delle altre. Credo che in Italia non dobbiamo più avere figli e figliastri, cicale e formiche, con i soldi che vanno sempre solo alle cicale. È stato così per 50 anni, ora è una storia finita: il federalismo che stiamo costruendo sarà un federalismo della convergenza e della responsabilità».

Ahi, ahi .......... gli "apparentati" sono come le scarpe più sono piccoli più fanno male!

Politici trombati? Jamais chez-nous, risorse da non disperdere!

Se il diretto interessato preferisce non commentare, Luciano Caveri, presidente della Regione, respinge ogni critica sulla sua scelta: «gli ex politici non sono degli appestati - spiega, sereno - non sono mai riuscito a comprendere perché c'è sempre stato una sorta di veto su chi ha fatto attività politica. E' sbagliato, in Valle le risorse intellettuali sono limitate, chi ha maturato grande esperienza non può essere allontanato soltanto perché è stato un politico. Ricordo ad esempio che io ero d’accordo quando era stato indicato l'ex assessore Franco Vallet come presidente dell'Arer. Sono scelte logiche».

da 12vda.it

00:23 EUROPEE: VAL D'AOSTA,UV FAVOREVOLE AD APPARENTAMENTO CON PDL

(ANSA) - QUART (AOSTA), 8 APR - Con 14 voti contrari, sei astensioni e 90 voti favorevoli il Conseil federal dell'Union Valdotaine ha approvato un documento per portare avanti le trattative con il Pdl per un "apparentamento" alle prossime elezioni europee. La riunione si è svolta al Villair di Quart e si è conclusa poco prima di mezzanotte. Il 'parlamentino' dell'Uv, dopo un acceso e serrato confronto, ha quindi affidato al Comité federal il mandato per proseguire i colloqui con il Pdl. "E' stata una chiara scelta di identificazione con l'elettorato valdostano" ha commentato il presidente del movimento, Ego Perron, che ai delegati aveva detto: "Proponiamo una soluzione per avere un rappresentante al Parlamento Europeo. Non abbiamo mendicato nulla, non abbiamo negato la nostra storia né i nostri principi, così come non vogliamo rinunciare a radici, storia e passato". Non a favore dell'accordo con il Pdl si sono dichiarati l'assessore regionale Laurent Vierin, gli ex presidenti della Regione Dino Vierin e Luciano Caveri, il sindaco di Aosta, Guido Grimod, mentre a favore si sono espressi l'attuale presidente della Regione, Augusto Rollandin ("E' un accordo politico solo per le europee, se corriamo da soli non ci sono speranze mentre se stringiamo un'alleanza possiamo puntare a un risultato positivo"), il presidente del Consiglio comunale di Aosta, Renato Favre, e il vice-presidente del movimento, Ugo Voyat. (ANSA).


10:06 EUROPEE: UV VIRA A DESTRA PER ELEGGERE PARLAMENTARE

(ANSA) - AOSTA, 8 APR - Tre ore di acceso dibattito per decidere di proporre al Pdl un accordo elettorale per un 'apparentamento' alle prossime elezioni europee. Il Conseil federal dell'Union valdotaine ha approvato ieri sera, a grande maggioranza, il documento presentato dal presidente Ego Perron e modificato durante l'assemblea (no ad un candidato nella lista Pdl e sì all'apparentamento). In oltre 60 anni di storia il movimento autonomista valdostano non aveva mai stretto alleanze con partiti di destra né aveva mai invitato Alleanza nazionale ai suoi congressi. "In quest'assemblea ho sentito critiche - ha tuonato davanti ai delegati Perron - ma non soluzioni. Noi abbiamo lavorato in condizioni difficili per individuare un percorso che ci possa permettere di eleggere un rappresentante a Bruxelles. Senza mendicare nulla e senza negare la nostra storia, i nostri principi, il nostri patrimonio culturale". Favorevole anche il presidente della Regione Valle d'Aosta, Augusto Rollandin, secondo il quale "questo è un accordo politico solo per le elezioni europee". "Se corriamo da soli non abbiamo possibilità - ha spiegato alla platea - altrimenti c'é l'opportunità di ottenere un rappresentante. Per noi destra o sinistra è la stessa cosa". Il Conseil ha così dato mandato al Comité federal di portare avanti nei prossimi giorni le trattative con il Pdl per raggiungere un accordo. (ANSA).

Il bipolarismo non poteva continuare a fermarsi a Pont-Saint-Martin, la scelta del Comité federal dell’UV è una scelta di campo. Tentare di occultarla sotto le mentite spoglie di una soluzione tecnica per assicurarsi maggiori chances di eleggere un eurodeputato è una meschina mistificazione.

Le chances rimangono basse o per meglio dire nulle, nel 2004 l’ultimo degli eletti nella lista di Forza Italia prese più di 49.000 preferenze, nella lista di Alleanza Nazionale più di 66.000, la prima dei non eletti in Forza Italia dopo tutte le dimissioni per incompatibilità e le scelte dei big
risultava Iva Zanicchi con quasi 35.000; i consensi raggranellati da Guido Grimod furono
21.157!


La caccia alle preferenze personali nel PDL sarà forte perché le due anime FI e AN avranno la possibilità di marcare il loro peso specifico all’interno del neonato partito e di farlo valere nei costituendi organismi interni, quindi oltre all'interesse personale di farsi eleggere i candidati di punta avranno il supporto degli apparati dei due partiti originari.

Non era una scelta obbligata, oltre all’ipotesi Lega Nord, tramontata improvvisamente e senza una vera spiegazione del perché, esisteva anche la sponda UDC che partecipa in regione ad uno dei movimenti della maggioranza, la Stelle Alpina. L’UDC avrebbe permesso all’UV di continuare
nel "nì gauche, nì droite", non sarebbe stato un matrimonio di amore, probabilmente gradito alla
parte ultra-cattolica degli amici del Senatore
Fosson e comunque meno lacerante della opzione PDL.


L’offerta del PD non era stata scartata a priori nel precedente Comité solo per ragioni di opportunità, una sorta di bluff per non dichiarare immediatamente la scelta di campo, per non creare troppe difficoltà alla giunta comunale di Aosta e agevolare l’autolesionismo del centrosinistra regionale che si presenterà una volta di più diviso.

Nel quadro attuale diventa evidente che la possibilità che un parlamentare europeo sia valdostano si avvicina allo zero assoluto. Il prossimo test elettorale diventa quindi strategico per altri scenari: la possibilità di imbarcare definitivamente il PDL nella maggioranza regionale e di conseguenza la costruzione delle prossime alleanze per le comunali, in particolare per la città di Aosta.

Un buon risultato alle europee per la lista o il candidato UV sarebbe il nulla osta alla virata a destra, come a dire prendiamo atto che il vento tira in quella direzione e per evitare che ci taglino troppo le unghie facciamo buon viso a cattivo gioco.

Nel ventennio anche la Valle d’Aosta partecipò al periodo del "consenso".

Rimangono coloro per cui, ce ne scuserà il Presidente Rollandin, destra e sinistra non sono la stessa cosa, credo anche per quelli con tessera rossonera che non dimenticano contro chi combatterono i padri della nostra autonomia e della nostra libertà .

Pensieri controcorrente

Il gran Sas­so, lassù in alto, domina severo. L’impre­sario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano sol­chi tra le montagne di macerie per rico­struire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una cre­pa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi me­tri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le foto­grafie della biblioteca della scuola ele­mentare crollata a Goriano Sicoli o, peg­gio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decen­ni ricordano come le zone più esposte si­ano quella a cavallo dello Stretto di Mes­sina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposi­to del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impu­nemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, so­lo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno con­tinuato ad ammucchiarsi disordinata­mente intorno al Vesuvio nonostante sia­no passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sinda­ci e assessori e vigili urbani hanno chiu­so gli occhi per anni sul modo in cui, an­che nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabi­lità più gravi. «Mai più», aveva giurato Silvio Berlusconi nel novembre del 2002, dopo la tragedia di san Giuliano di Pu­glia. Sono passati più di sei anni, da allo­ra. Ma, come accusava ieri mattina Il Sole 24 ore, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Ba­sti ricordare che fu solo la Corte Costitu­zionale, tre anni fa, tra i lamenti e gli stril­li dei costruttori («Siamo molto preoccu­pati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a blocca­re una legge troppo permissiva della Re­gione Toscana spiegando che no, «in zo­na sismica, non si possono iniziare i lavo­ri senza la preventiva autorizzazione scrit­ta del competente ufficio tecnico».

Caso Reggio - Quando i Santi in paradiso sono targati RC-AN

Il caso - VOTO IN PARLAMENTO
E Reggio Calabria diventa «metropoli»

Assente nella legge del '70, «promossa» dal centrodestra
V aglielo a spiegare ai cittadini di Verona, Taranto, Padova o Brescia, perché Reggio Calabria debba entrare tra le «aree metropolitane» e le loro città, più grandi, no. Vaglielo a spiegare soprattutto ai sindaci leghisti, già in fibrillazione coi loro elettori per i soldi dati a Catania e a Palermo. Eppure è così: nella scia d'un voto in commissione passato grazie a un emendamento voluto da An, il capoluogo calabrese farà parte del gruppetto delle elette. Pur non entrando in neppure una delle classifiche dei maggiori sistemi urbani italiani.
La legge 142 del 1970 all'articolo 17 è in realtà chiarissima: «Sono considerate aree metropolitane le zone comprendenti i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali». Totale: nove. Più Cagliari, in virtù dell'articolo 43 dello statuto speciale per la Sardegna. Un'aggiunta che si sarebbe tirata dietro le aree metropolitane decise «autonomamente » a livello regionale per Palermo, Catania o Messina.
Di fatto, definire cosa sia un'area metropolitana è più complesso. La legge parla di comuni che assumono le «funzioni di competenza provinciale » quando «hanno precipuo carattere sovracomunale» e queste funzioni (pianificazione territoriale, viabilità, traffico e trasporti, tutela dei beni culturali e dell'ambiente, difesa del suolo, smaltimento dei rifiuti) «debbono, per ragioni di economicità ed efficienza, essere svolte in forma coordinata nell'area metropolitana». Una definizione che dice tutto e niente. Gli stessi urbanisti non sono concordi sul metodo «scientifico» per enunciare una volta per tutte cosa sia un'area metropolitana. In linea di massima, tanto per intenderci, si considera tale un sistema di comuni che hanno un grosso insediamento centrale e una serie di comuni satelliti che, per motivi economici, culturali, sanitari, viari, ferroviari e così via gravitano intorno.
Fatto sta che, al di là della definizione della legge varata e mai portata a compimento 39 anni fa (per capirci: l'anno in cui Luciano Lama diventava segretario della Cgil, mezzo milione di hippies inondavano l'isola di Wight per sentire Jimi Hendrix e la nazionale perdeva la finale in Messico col Brasile) esistono un mucchio di tabelle, classifiche, elenchi e mappe differenti. Con una sola caratteristica in comune: tra le aree metropolitane non c'è mai Reggio Calabria.
Non c'è nel cartogramma dell'Istat sulla densità di popolazione residente dove spiccano in colore rosso fuoco Roma e Milano, Padova e Torino, Livorno e Bari, Napoli e Ancona ed altre ancora, ma non la città sullo stretto. Non c'è nella graduatoria delle città più popolose, dove è al 19˚ posto appena davanti a Parma e alle spalle non solo di Verona, Brescia, Padova, Trieste o Taranto ma perfino di Prato. Non c'è nella mappa Istat dei grandi comuni, dove piuttosto c'è la dirimpettaia Messina. Non c'è, infine, nella tabella dei primi 13 «Sistemi Locali del Lavoro dei Grandi Comuni» elaborata ancora dall'Istat e usata da chi governa per decidere come e cosa fare dato che questi «Sistemi» sono «unità territoriali costituite da più comuni contigui fra loro, geograficamente e statisticamente comparabili» e insomma fotografano al meglio la complessità delle maggiori aree urbane.
Non bastano i dati italiani? Andiamo a prendere «Les aglomeraciones metropolitanes i les regions europees », uno studio condotto dall'«Institut d'Estudis Regionals i Metropolitans de Barcelona» che ha messo in fila 88 aree metropolitane. La prima è quella intorno a Londra che arriva a dodici milioni e mezzo di abitanti, la seconda è quella di Colonia con dieci milioni, la terza quella di Parigi, la quarta di Liverpool e Manchester, la quinta quella di Amsterdam, la sesta quella di Milano: 6 milioni e 114 mila abitanti. E giù giù a scendere si trovano Napoli e Roma, Torino e Palermo, Genova e Catania e Bologna e Padova e perfino Pescara. Ma non Reggio Calabria.
Tema: perché è stata dunque inserita dalle Commissioni Riunite Bilancio e Finanze tra le aree metropolitane? Per il numero degli abitanti della provincia? No: con 564.223 è molto più piccola di quelle di Varese, Treviso o Caserta. Per il numero degli abitanti della città sommati al circondario? No, perché i municipi limitrofi, tra i quali spicca Sant'Alessio in Aspromonte (364 anime) arrivano tutti insieme a 39.118 persone, il che fa della «Grande Reggio» una città assai meno popolosa della sola Verona senza i suoi popolosi sobborghi.
E allora? Se fosse stata varata «un'area metropolitana dello Stretto, mettendo insieme Reggio e Messina in previsione del Ponte», come dice polemicamente il deputato dipietrista Antonio Borghesi nella scia d'una vecchia tesi, sarebbe forse stato diverso. Forse. Ma così? Per capirci qualcosa, può aiutare l'elenco di chi, forse auspicando un futuro arrivo di finanziamenti ad hoc, ha presentato l'emendamento: i deputati Italo Bocchino, Massimo Corsaro, Francesco Nucara, Antonino Foti, Angela Napoli e Santo Versace. Denominatori comuni? O sono reggini o sono di An o sono le due cose insieme. E chi governa da anni sulla sponda calabrese dello Stretto? Giuseppe Scopelliti, di An.
Per carità, tutto legittimo. La politica, in democrazia, è fatta di scelte politiche. E non si può accontentare tutti. Resta la domanda: dopo avere deglutito come fossero olio di ricino i soldi dati a Catania, i soldi dati a Roma, i soldi dati per evitare la bancarotta dell'Amia palermitana, come sarà vissuta la novità dentro la destra di governo? Cosa diranno governatori come Giancarlo Galan convinti che «il governo si sta meridionalizzando» e certi sindaci padani alle prese con un elettorato affetto da dolorosi mal di pancia?
Gian Antonio Stella
22 marzo 2009

Reggio Calabria festeggia, è tra le “città metropolitane”
Il riconoscimento ufficializzato dal voto in aula a Montecitorio. Scopelliti festeggia e bacchetta Loiero: «Il suo silenzio diverte»
25/03/2009
di FRANCESCO PAOLILLO
Reggio Calabria è la decima città metropolitana dopo l’approvazione, alla Camera, del Ddl sul federalismo fiscale. All’indomani del via libera all’emendamento “Bocchino-Corsaro-Versace” da parte della commissione Bilancio, la provincia calabrese supera anchel’esame dell’aula. Reggio s’inserisce, dunque, nella lista insieme a Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli, oltre ai territori riconosciuti dalle regioni a statuto speciale (Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Sassari e Trieste). Per il sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti, «il primo tempo è vinto, adesso dobbiamo portare a casa la partita». Il primo cittadino aspetta «fiducioso» il prossimo appuntamento al Senato e, intanto, esulta per l’accoglimento dell’articolo 22 del testo sul federalismo.Un riconoscimento che, ammette il primo cittadino, «c’è costato tanta fatica». L’iter che ha portato alla discussione del testo in aula, infatti, ha subito tanti e tanti di quegli scossoni che, quasi quasi, rischiavano di lasciare al palo la città dello Stretto. Prima l’articolo del Corriere della sera, dove Gianantonio Stella sottolineava la mancanza dei requisiti di Reggio per ottenere l’investitura di “metropolitana”, poi le “bizze” del ministro Roberto Maroni e del sindaco di Verona, Flavio Tosi. Infine, la sfilza di emendamenti alla Camera durante la discussione. Così, la conferenza stampa organizzata in tutta fretta a Palazzo San Giorgio, è servita al sindaco Scopelliti per tirare un lungo sospiro di sollievo. Prima di tutto ha ringraziato i parlamentari calabresi, anche quelli del Pd, e, poi, ha stretto, idealmente, la mano al ministro Roberto Calderoli: «E’ grazie ad un leghistase oggi portiamo un risultato di questa portata». Già, Calderoli. Che, secondo il il primo cittadino, ha avuto il merito di «mandare al macero un pericolosissimo emendamento presentato da Aurelio Misiti». Il deputato di Idv proponeva il riconoscimento immediato della città metropolitana di Reggio-Messina. Tutte e due insieme, subito. «Un emendamento impresentabile - spiega Scopelliti - per il semplice fatto che il Parlamento non può legiferare sulla Sicilia che è una regione a statuto speciale. Fosse passata la “Proposta Misiti” si sarebbero creati dei problemi di incostituzionalità che avrebbero messo la parola fine ad ogni ambizione etropolitana della nostra città». Contrariato, Scopelliti, è anche per il fatto che «a quell’emendamento il Pd ha votato favorevole in blocco». Il sindaco, poi, riflette sugli interventi in aula. Guarda con sospetto Misiti, attacca Casini, Tabacci, Cimadoro e Borghesi, applaude Bocchino e Nucara. Ma nulla può guastare questo giorno di festa:«Sono orgoglioso per la coesione mostrata in questa sfida. Dalla compattezza diPdl e Lega fino al contributo del Pd. In questi giorni sono sempre stato in contatto col presidente Giuseppe Bova. Oggi siamo felici insieme». Nel festival dei buoni sentimenti, l’unico affondo è per Loiero: «Il suo silenzio diverte».

«preferisco l’audacia della speranza alla timidezza del cinismo»

Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità… La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme”. Norberto Bobbio