Il gran Sasso, lassù in alto, domina severo. L’impresario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano solchi tra le montagne di macerie per ricostruire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una crepa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi metri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le fotografie della biblioteca della scuola elementare crollata a Goriano Sicoli o, peggio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decenni ricordano come le zone più esposte siano quella a cavallo dello Stretto di Messina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposito del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impunemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, solo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno continuato ad ammucchiarsi disordinatamente intorno al Vesuvio nonostante siano passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sindaci e assessori e vigili urbani hanno chiuso gli occhi per anni sul modo in cui, anche nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabilità più gravi. «Mai più», aveva giurato Silvio Berlusconi nel novembre del 2002, dopo la tragedia di san Giuliano di Puglia. Sono passati più di sei anni, da allora. Ma, come accusava ieri mattina Il Sole 24 ore, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Basti ricordare che fu solo la Corte Costituzionale, tre anni fa, tra i lamenti e gli strilli dei costruttori («Siamo molto preoccupati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a bloccare una legge troppo permissiva della Regione Toscana spiegando che no, «in zona sismica, non si possono iniziare i lavori senza la preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico».
Caso Reggio - Quando i Santi in paradiso sono targati RC-AN
Il caso - VOTO IN PARLAMENTO
E Reggio Calabria diventa «metropoli»Assente nella legge del '70, «promossa» dal centrodestra
V aglielo a spiegare ai cittadini di Verona, Taranto, Padova o Brescia, perché Reggio Calabria debba entrare tra le «aree metropolitane» e le loro città, più grandi, no. Vaglielo a spiegare soprattutto ai sindaci leghisti, già in fibrillazione coi loro elettori per i soldi dati a Catania e a Palermo. Eppure è così: nella scia d'un voto in commissione passato grazie a un emendamento voluto da An, il capoluogo calabrese farà parte del gruppetto delle elette. Pur non entrando in neppure una delle classifiche dei maggiori sistemi urbani italiani.
La legge 142 del 1970 all'articolo 17 è in realtà chiarissima: «Sono considerate aree metropolitane le zone comprendenti i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali». Totale: nove. Più Cagliari, in virtù dell'articolo 43 dello statuto speciale per la Sardegna. Un'aggiunta che si sarebbe tirata dietro le aree metropolitane decise «autonomamente » a livello regionale per Palermo, Catania o Messina.
Di fatto, definire cosa sia un'area metropolitana è più complesso. La legge parla di comuni che assumono le «funzioni di competenza provinciale » quando «hanno precipuo carattere sovracomunale» e queste funzioni (pianificazione territoriale, viabilità, traffico e trasporti, tutela dei beni culturali e dell'ambiente, difesa del suolo, smaltimento dei rifiuti) «debbono, per ragioni di economicità ed efficienza, essere svolte in forma coordinata nell'area metropolitana». Una definizione che dice tutto e niente. Gli stessi urbanisti non sono concordi sul metodo «scientifico» per enunciare una volta per tutte cosa sia un'area metropolitana. In linea di massima, tanto per intenderci, si considera tale un sistema di comuni che hanno un grosso insediamento centrale e una serie di comuni satelliti che, per motivi economici, culturali, sanitari, viari, ferroviari e così via gravitano intorno.
Fatto sta che, al di là della definizione della legge varata e mai portata a compimento 39 anni fa (per capirci: l'anno in cui Luciano Lama diventava segretario della Cgil, mezzo milione di hippies inondavano l'isola di Wight per sentire Jimi Hendrix e la nazionale perdeva la finale in Messico col Brasile) esistono un mucchio di tabelle, classifiche, elenchi e mappe differenti. Con una sola caratteristica in comune: tra le aree metropolitane non c'è mai Reggio Calabria.
Non c'è nel cartogramma dell'Istat sulla densità di popolazione residente dove spiccano in colore rosso fuoco Roma e Milano, Padova e Torino, Livorno e Bari, Napoli e Ancona ed altre ancora, ma non la città sullo stretto. Non c'è nella graduatoria delle città più popolose, dove è al 19˚ posto appena davanti a Parma e alle spalle non solo di Verona, Brescia, Padova, Trieste o Taranto ma perfino di Prato. Non c'è nella mappa Istat dei grandi comuni, dove piuttosto c'è la dirimpettaia Messina. Non c'è, infine, nella tabella dei primi 13 «Sistemi Locali del Lavoro dei Grandi Comuni» elaborata ancora dall'Istat e usata da chi governa per decidere come e cosa fare dato che questi «Sistemi» sono «unità territoriali costituite da più comuni contigui fra loro, geograficamente e statisticamente comparabili» e insomma fotografano al meglio la complessità delle maggiori aree urbane.
Non bastano i dati italiani? Andiamo a prendere «Les aglomeraciones metropolitanes i les regions europees », uno studio condotto dall'«Institut d'Estudis Regionals i Metropolitans de Barcelona» che ha messo in fila 88 aree metropolitane. La prima è quella intorno a Londra che arriva a dodici milioni e mezzo di abitanti, la seconda è quella di Colonia con dieci milioni, la terza quella di Parigi, la quarta di Liverpool e Manchester, la quinta quella di Amsterdam, la sesta quella di Milano: 6 milioni e 114 mila abitanti. E giù giù a scendere si trovano Napoli e Roma, Torino e Palermo, Genova e Catania e Bologna e Padova e perfino Pescara. Ma non Reggio Calabria.
Tema: perché è stata dunque inserita dalle Commissioni Riunite Bilancio e Finanze tra le aree metropolitane? Per il numero degli abitanti della provincia? No: con 564.223 è molto più piccola di quelle di Varese, Treviso o Caserta. Per il numero degli abitanti della città sommati al circondario? No, perché i municipi limitrofi, tra i quali spicca Sant'Alessio in Aspromonte (364 anime) arrivano tutti insieme a 39.118 persone, il che fa della «Grande Reggio» una città assai meno popolosa della sola Verona senza i suoi popolosi sobborghi.
E allora? Se fosse stata varata «un'area metropolitana dello Stretto, mettendo insieme Reggio e Messina in previsione del Ponte», come dice polemicamente il deputato dipietrista Antonio Borghesi nella scia d'una vecchia tesi, sarebbe forse stato diverso. Forse. Ma così? Per capirci qualcosa, può aiutare l'elenco di chi, forse auspicando un futuro arrivo di finanziamenti ad hoc, ha presentato l'emendamento: i deputati Italo Bocchino, Massimo Corsaro, Francesco Nucara, Antonino Foti, Angela Napoli e Santo Versace. Denominatori comuni? O sono reggini o sono di An o sono le due cose insieme. E chi governa da anni sulla sponda calabrese dello Stretto? Giuseppe Scopelliti, di An.
Per carità, tutto legittimo. La politica, in democrazia, è fatta di scelte politiche. E non si può accontentare tutti. Resta la domanda: dopo avere deglutito come fossero olio di ricino i soldi dati a Catania, i soldi dati a Roma, i soldi dati per evitare la bancarotta dell'Amia palermitana, come sarà vissuta la novità dentro la destra di governo? Cosa diranno governatori come Giancarlo Galan convinti che «il governo si sta meridionalizzando» e certi sindaci padani alle prese con un elettorato affetto da dolorosi mal di pancia?
Gian Antonio Stella
22 marzo 2009
Reggio Calabria festeggia, è tra le “città metropolitane”
Il riconoscimento ufficializzato dal voto in aula a Montecitorio. Scopelliti festeggia e bacchetta Loiero: «Il suo silenzio diverte»
25/03/2009
di FRANCESCO PAOLILLO
Reggio Calabria è la decima città metropolitana dopo l’approvazione, alla Camera, del Ddl sul federalismo fiscale. All’indomani del via libera all’emendamento “Bocchino-Corsaro-Versace” da parte della commissione Bilancio, la provincia calabrese supera anchel’esame dell’aula. Reggio s’inserisce, dunque, nella lista insieme a Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli, oltre ai territori riconosciuti dalle regioni a statuto speciale (Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Sassari e Trieste). Per il sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti, «il primo tempo è vinto, adesso dobbiamo portare a casa la partita». Il primo cittadino aspetta «fiducioso» il prossimo appuntamento al Senato e, intanto, esulta per l’accoglimento dell’articolo 22 del testo sul federalismo.Un riconoscimento che, ammette il primo cittadino, «c’è costato tanta fatica». L’iter che ha portato alla discussione del testo in aula, infatti, ha subito tanti e tanti di quegli scossoni che, quasi quasi, rischiavano di lasciare al palo la città dello Stretto. Prima l’articolo del Corriere della sera, dove Gianantonio Stella sottolineava la mancanza dei requisiti di Reggio per ottenere l’investitura di “metropolitana”, poi le “bizze” del ministro Roberto Maroni e del sindaco di Verona, Flavio Tosi. Infine, la sfilza di emendamenti alla Camera durante la discussione. Così, la conferenza stampa organizzata in tutta fretta a Palazzo San Giorgio, è servita al sindaco Scopelliti per tirare un lungo sospiro di sollievo. Prima di tutto ha ringraziato i parlamentari calabresi, anche quelli del Pd, e, poi, ha stretto, idealmente, la mano al ministro Roberto Calderoli: «E’ grazie ad un leghistase oggi portiamo un risultato di questa portata». Già, Calderoli. Che, secondo il il primo cittadino, ha avuto il merito di «mandare al macero un pericolosissimo emendamento presentato da Aurelio Misiti». Il deputato di Idv proponeva il riconoscimento immediato della città metropolitana di Reggio-Messina. Tutte e due insieme, subito. «Un emendamento impresentabile - spiega Scopelliti - per il semplice fatto che il Parlamento non può legiferare sulla Sicilia che è una regione a statuto speciale. Fosse passata la “Proposta Misiti” si sarebbero creati dei problemi di incostituzionalità che avrebbero messo la parola fine ad ogni ambizione etropolitana della nostra città». Contrariato, Scopelliti, è anche per il fatto che «a quell’emendamento il Pd ha votato favorevole in blocco». Il sindaco, poi, riflette sugli interventi in aula. Guarda con sospetto Misiti, attacca Casini, Tabacci, Cimadoro e Borghesi, applaude Bocchino e Nucara. Ma nulla può guastare questo giorno di festa:«Sono orgoglioso per la coesione mostrata in questa sfida. Dalla compattezza diPdl e Lega fino al contributo del Pd. In questi giorni sono sempre stato in contatto col presidente Giuseppe Bova. Oggi siamo felici insieme». Nel festival dei buoni sentimenti, l’unico affondo è per Loiero: «Il suo silenzio diverte».
2 commenti:
continuano a volerci far credere che in VdA la mafia non esiste.
Eppure ogni mese bruciano automobili, bruciano escavatori, bruciano attrezzature edili.
Adesso si scopre, dopo il ritrovamento a poca distanza dell'escavatore "rubato" con una ruota a terra, che il presunto furto presso un cantiere edile della costruenda clinica di Saint-Pierre probabilmente (io direi senz'altro) tale non è.
Si tratta di chiari avvertimenti di tipo "mafioso", di cui non si saprà più niente, il tutto verrà archiviato.
E lasciamo perdere le intimidazioni, pressioni, minacce che non assurgono agli onori della cronaca anche perché, a detta di molti, questo è un paese ad alta omertà.
Personalmento ho una convinzione, dovuta anche ad esperienza personale: che vi sia un triangolo delle bermuda formato da politica, inquirenti, mafia, analogo a quello denunciato alcuni giorni fa, in un convegno ad aosta, relativo al malfunzionamento della pubblica amministrazione dopo la cosiddetta riforma (politica, sindacati, dirigenti). Ho fatto esperienza personale di entrambi i triangoli.
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